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Castrovillari, “Fazio” di Montalbano a Primavera dei Teatri

Castrovillari, “Fazio” di Montalbano a Primavera dei Teatri
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Quarta giornata in compagnia di Primavera dei Teatri, festival sui nuovi linguaggi della scena contemporanea, ideato e organizzato da Scena Verticale.

Alle 12, a Villa Salvaggio, andrà in scena  Matti per una notte (prenotazione obbligatoria), monologhi teatrali di e con Paolo Puppa. Monologhi mormorati o gridati da personaggi antichi, inseriti nel quotidiano d’oggi, nella crisi economica e morale della piccola o grande borghesia del Nord Est italiano, con la deriva puntuale di una sessualità disturbata. Seguendo l’intuizione junghiana secondo cui i miti muoiono nel moderno e rinascono come malattie, si esprime qui il disagio di vivere,  tra depressione, solitudine e voglia ricorrente di follia/violenza, non sempre mantenuta nella sfera dell’immaginario, entro la famiglia che uccide. Così la follia criminale, l’odio dei padri verso i figli, in Saturno a Mestre, e Abramo a Borca di Cadore, prelevati da Cronache venete

Alle 19, nella sala 14, Teatro della Maruca presenta Bollari. Memorie dallo Jonio di e con Carlo Gallo. Sulle coste desolate del Mar Jonio, immersi nel silenzio tra i colori della macchia Mediterranea, è divenuto sempre più raro assistere a quel miracolo che avveniva tra i pescatori e il mare, un fenomeno indicato con il termine “Bollari”. Una parola antica tradotta nel suono  gutturale dei pescatori per annunciare l’avvistamento dei tonni a largo delle coste, un urlo di gioia a cui seguivano lanci e fragori di bombe in mare, una pratica illegale diffusa tra i pescatori dello Jonio al fine di ricavare più pesce possibile in poco tempo e sopperire ai lamenti dello stomaco. Tratto dalle testimonianze orali di anziani calabresi e scandito da una lingua arcaica, poetica, travolgente e affascinante, il racconto della contesa di mare tra due anziani pescatori e le vicissitudini di quella che fu la “Cecella”, il miglior peschereccio dello Jonio, negli anni del fascismo fino alle porte della seconda guerra mondiale. Una storia di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dal regime e dalla guerra. Una narrazione misteriosa e suggestiva come fiabe d’altri tempi.

Alle 20.30, al Teatro Sybaris, Rosso Simona/Officine Vonnegut propongono, in prima nazionale, Ombretta Calco di Sergio Pierattini per la regia di Peppino Mazzotta. Chi è Ombretta Calco? Perché si è seduta su una panchina in una giornata torrida di luglio a pochi passi dal portone di casa sua? Perché deve ripercorrere gli eventi sensibili della sua vita scavando ossessivamente nei suoi ricordi? E perché deve ingaggiare, sotto un sole cocente, un duello con se stessa come se fosse una resa dei conti? Ombretta sta facendo un viaggio. Il viaggio più importante della sua vita. Un viaggio fuori dai vincoli imposti dal tempo e dallo spazio. Mentre procede, senza soluzione di continuità, nel passare in rassegna i momenti più significativi della sua esistenza, ne comprende il senso. Riemergono dalla sua anima fallimenti, dolori, frustrazioni, debolezze, illusioni, tenerezze, slanci incoscienti verso un futuro che sarà sicuramente migliore, desideri legittimi di una vita normale, inclusa in affetti confortanti e routines rassicuranti. Alla fine del viaggio, come premio per questa ricostruzione meticolosa, buffa e straziante, c’è la risposta per la felicità. Una felicità non eclatante. Una felicità tragica, semplice, minima, discreta e necessaria.

Alle 22, nella sala 14, Teatro Club Udine mette in scena, in prima nazionale, Al muro – Il corpo in guerra (prenotazione obbligatoria) scritto da Renata M. Molinari e diretto da Massimiliano Speziani. Uno spettacolo che prende spunto dalla Grande Guerra, ma per parlare anche di altro. Della giustizia, che in guerra si sospende e si rovescia in macchina infernale di punizione senza regolare processo, ma che anche in pace può annullare l’uomo. Dei giovani, che in guerra si irrigidiscono in soldati, automi azzerati di umanità e di saperi, ma che anche in pace sono a rischio di alienazione. Dei corpi di quei giovani che, in guerra, sono umiliati e sezionati come carne da macello, ma che anche in pace possono essere spogliati di identità e abitare il territorio della precarietà e della paura. Della fratellanza, infine, che in guerra fiorisce come un’isola di resistenza umana, ma che anche in pace può aprire alla possibile speranza.

Una metafora prosciugata dal rischio della retorica e del patetismo, così come da ogni ipoteca di documentazione o di narrazione della grande Storia. Un teatro astratto, senza ammiccamenti di spettacolo, per denudare la verità universale della giovinezza e del futuro che l’uomo, troppo spesso, si permette di mandare al macero.

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