Redazione Paese24.it

Due nuovi Vigili Urbani per Trebisacce

Due nuovi Vigili Urbani per Trebisacce
Diminuisci Risoluzione Aumenta Risoluzione Dimensioni testo Stampa
Download PDF

immagine di repertorio

Finito il lungo periodo di precariato, due nuovi Vigili Urbani entrano a pieno titolo nell’organico della Polizia Municipale di Trebisacce. Francesco Rusciani e Serafino Malucchi, incaricati diversi anni addietro come “ausiliari del traffico”, sono sempre rimasti nel limbo del precariato e a nulla sono valse le loro reiterate richieste e anche il contenzioso giuridico intercorso tra gli interessati, il Giudice del Lavoro ed il Comune.

A distanza di oltre 10 anni, dopo aver superato il concorso, la commissione ha valutato positivamente l’esame teorico-pratico e, in ossequio alla Legge 296/2006, Comma 558, sono stati stabilizzati e assunti a tempo indeterminato come Istruttori di Vigilanza part-time (24 ore settimanali) e inquadrati nella Categoria C.

Soddisfatti i due nuovi Vigili Urbani per il risultato raggiunto dopo tanti anni di attesa e di lotte sindacali, soddisfatti anche gli amministratori che potranno disporre di due dipendenti ancora più motivati di prima. Certo la stabilizzazione dei due Vigili Urbani non risolve il problema dell’insufficienza di organico tra i ranghi della Polizia Municipale diretta dal Comandante Marilena Donadio anche perché fra pochi mesi andrà in quiescenza Pasquale Amendolara che, prima della stabilizzazione di Francesco Rusciani e Serafino Malucchi, era l’unico Vigile Urbano titolare in una cittadina di 10mila abitanti.

Pino La Rocca

Share Button

3 Responses to Due nuovi Vigili Urbani per Trebisacce

  1. salvatore 2017/03/12 at 20:09

    Finalmente una buona notizia ,sia per i due nuovi vigili sia per la cittadinanza che puo contare su un impegno con maggiore serenità dei due nuovi vigili.buon lavoro.

    Rispondi
  2. francesca 2017/03/13 at 12:25

    EEi fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro,
    così percossa, attonita
    la terra al nunzio sta,
    muta pensando all’ultima
    ora dell’uom fatale;
    né sa quando una simile
    orma di piè mortale
    la sua cruenta polvere
    a calpestar verrà.
    Lui folgorante in solio
    vide il mio genio e tacque;
    quando, con vece assidua,
    cadde, risorse e giacque,
    di mille voci al sònito
    mista la sua non ha:
    vergin di servo encomio
    e di codardo oltraggio,
    sorge or commosso al sùbito
    sparir di tanto raggio;
    e scioglie all’urna un cantico
    che forse non morrà.
    Dall’Alpi alle Piramidi,
    dal Manzanarre al Reno,
    di quel securo il fulmine
    tenea dietro al baleno;
    scoppiò da Scilla al Tanai,
    dall’uno all’altro mar.
    Fu vera gloria? Ai posteri
    l’ardua sentenza: nui
    chiniam la fronte al Massimo
    Fattor, che volle in lui
    del creator suo spirito
    più vasta orma stampar.
    La procellosa e trepida
    gioia d’un gran disegno,
    l’ansia d’un cor che indocile
    serve, pensando al regno;
    e il giunge, e tiene un premio
    ch’era follia sperar;
    tutto ei provò: la gloria
    maggior dopo il periglio,
    la fuga e la vittoria,
    la reggia e il tristo esiglio;
    due volte nella polvere,
    due volte sull’altar.
    Ei si nomò: due secoli,
    l’un contro l’altro armato,
    sommessi a lui si volsero,
    come aspettando il fato;
    ei fè silenzio, ed arbitro
    s’assise in mezzo a lor.
    E sparve, e i dì nell’ozio
    chiuse in sì breve sponda,
    segno d’immensa invidia
    e di pietà profonda,
    d’inestinguibil odio
    e d’indomato amor.
    Come sul capo al naufrago
    l’onda s’avvolve e pesa,
    l’onda su cui del misero,
    alta pur dianzi e tesa,
    scorrea la vista a scernere
    prode remote invan;
    tal su quell’alma il cumulo
    delle memorie scese.
    Oh quante volte ai posteri
    narrar se stesso imprese,
    e sull’eterne pagine
    cadde la stanca man!
    Oh quante volte, al tacito
    morir d’un giorno inerte,
    chinati i rai fulminei,
    le braccia al sen conserte,
    stette, e dei dì che furono
    l’assalse il sovvenir!
    E ripensò le mobili
    tende, e i percossi valli,
    e il lampo dè manipoli,
    e l’onda dei cavalli,
    e il concitato imperio
    e il celere ubbidir.
    Ahi! Forse a tanto strazio
    cadde lo spirto anelo,
    e disperò; ma valida
    venne una man dal cielo,
    e in più spirabil aere
    pietosa il trasportò;
    e l’avviò, pei floridi
    sentier della speranza,
    ai campi eterni, al premio
    che i desideri avanza,
    dov’è silenzio e tenebre
    la gloria che passò.
    Bella Immortal! Benefica
    Fede ai trionfi avvezza!
    Scrivi ancor questo, allegrati;
    ché più superba altezza
    al disonor del Gòlgota
    giammai non si chinò.
    Tu dalle stanche ceneri
    sperdi ogni ria parola:
    il Dio che atterra e suscita,
    che affanna e che consola,
    sulla deserta coltrice
    accanto a lui posò.
    Alessandro Manzoni
    Sarebbe più opportuno se i lavori non si possono portare a termine non metterci proprio le mani cosi da arrecare meno disagi possibili visto che c’e ne sono già tantissimi. Grazie un elettore scocciato

    Rispondi
  3. GIUSEPPE PAGANO 2017/03/14 at 10:43

    Inviterei la signora/na Francesca a non scrivere,se possibile,poesie,poemi o quantaltro.Il giornale da la possibilità ai suoi lettori di esprimere il proprio commento e non elementi di letteratura.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *