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Amendolara. Spunta una nuova tesi sull’origine dei “Fucarazz” di San Vincenzo

Amendolara. Spunta una nuova tesi sull’origine dei “Fucarazz” di San Vincenzo
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Sostengo la tesi che i falò (in gergo amendolarese, fúcaràzzë) fatti ad Amendolara in onore di San Vincenzo Ferreri, le sere di venerdì e sabato precedenti l’ultima domenica di aprile, fosse usanza farli, nei tempi del passato remoto, in onore di Sant’Antonio Abate (Sànd’Andúnë), il 17 Gennaio. L’impulso a questo mio assunto scaturisce da un avvenimento accaduto in Amendolara ad opera dei Padri Domenicani – Predicatori per antonomasia ed eruditi inquisitori – presenti sin dalla prima metà del ‘400, i quali hanno egemonizzato, per più di tre secoli, la vita ecclesiastica amendolarese, e più intensamente dal secondo decennio del XVI sec. Nella prima metà del ‘700, nella Chiesa Madre c’è stato, con molta certezza, uno scambio di statue votive. Quella di Santa Margherita Vergine e Martire, titolare da tempi immemorabili dell’omonima chiesa parrocchiale, e prima protettrice degli amendolaresi, doveva essere sicuramente allocata in una delle due nicchie poste ai lati dell’altare principale. Santa Margherita era la patrona di Amendolara e la “padrona di casa”, ossia della Chiesa Madre a lei dedicata. I Domenicani, che dal 1521 si sono trasferiti nel nuovo convento in località Timpone, spodestano (nella Chiesa Madre) la statua votiva di Santa Margherita, e collocano nella nicchia di destra (guardando frontalmente l’altare) il loro confratello domenicano, lo spagnolo San Vicente Ferrer; Santa Margherita, invece, viene posta nella nicchia sovrastante l’altare a lei consacrato, in fondo all’aula, sulla sinistra. San Vincenzo, quindi, diviene compatrono di Amendolara insieme con la detta Santa Margherita.

Questa ridisposizione di statue viene fatta, senza alcun dubbio, nel 1741, come si legge sul cartiglio posto in alto all’altare di Santa Margherita Vergine e Martire:

Divae Margaritae

Patriae Tutelari

Praestantissimae

Grati Amygdalariae Cives

Aram Peragendam

Curavere

a.d.  mdccxxxxi

Nell’altra nicchia – alla sinistra sempre dell’altare principale – viene collocata la statua della Madonna del Rosario, cui i Domenicani erano e sono ferventi devoti. Un quadro della Madonna di Pompei era anche sull’altare dell’ex chiesa domenicana, adiacente al Convento di San Domenico. L’opera iconografica è stata trafugata negli anni addietro. È da presumere che sia la statua della Madonna del Rosario sia quella di San Vincenzo si trovassero nella detta ex Chiesa di San Domenico, e che il trasloco in Chiesa Madre (più sicura del Convento, dove sono avvenuti diversi saccheggi) sarà coinciso con una di quelle innumerevoli soppressioni e riaperture cui è andato incontro il Monastero, tra il ‘600 e l’‘800. Con il passar del tempo e con la “imposizione” dei Domenicani, Santa Margherita, pur rimanendo ancor oggi la titolare della Chiesa Madre, non sarà più identificata come protettrice degli amendolaresi, i quali, sotto la spinta dei frati Predicatori, hanno cominciato a professare più intensamente il culto per San Vincenzo Ferreri, che tuttora è venerato in Amendolara con grande devozione. Santa Margherita Vergine e Martire, invece, è ricordata solo negli atti amministrativi, per identificare la Parrocchia e la denominazione della chiesa; e dal 1752 (se non da prima) non sarà stata più la protettrice di Amendolara, seppur dividendo il patronato, come ho detto, con San Vincenzo, poichè da quest’anno non verrà più festeggiata. Difatti, nel 1752 si celebrano in Amendolara sei festività religiose: SSmo Nome di Gesù; Corpus Domini; Santissimo Rosario; S. Domenico; S. Tommaso d’Aquino e S. Vincenzo Ferreri. Anche in queste sacre celebrazioni emerge la forte e determinata presenza dei Domenicani, che, su sei festività, ne “impongono” quattro collegate al loro ordine monastico (non tenendo conto del Santissimo Nome di Gesù e del Corpus Domini).

Lo spostamento delle due statue votive è bizzarro, ed è più unico che raro questo caso di Amendolara, dove il Santo Protettore (San Vincenzo Ferreri) non ha un edificio sacro a Lui dedicato, neanche una cappella. Questo singolare evento – come dicevo – ha dato l’input alla mia tesi posta all’inizio, ossia a chi, originariamente, erano attribuiti i falò amendolaresi, conosciuti ora dal volgo come i fúcaràzz’ ‘i Sàm-‘Mëcínzë). Il fuoco ha sempre avuto, sin dagli immemorabili tempi del passato, un notevole significato dal punto di vista pratico, da quello esoterico e di comunione. Intorno al calore del fuoco ci si riuniva alla fine di una giornata di caccia; veniva utilizzato dai giovani del villaggio per dimostrare la loro destrezza e il loro coraggio, attraversandoci sopra; veniva innalzato a riti propiziatori e apotropaici. In ogni parte della Terra, e in tutte le religioni (cristiana, islamica, induista, animista e altre), il fuoco viene considerato una sostanza sacra, e molte feste sono legate al rito del fuoco, che è simbolo di purificazione, di ricreazione, di rinnovamento, di rinvigorimento, di vittoria della luce sulla notte, e della vita sulla morte. L’accensione dei falò è un’usanza osservata da tutte le popolazioni agro-pastorali dell’intera Europa, forse prima della diffusione del Cristianesimo. La tradizione di accendere i fuochi altro non è che il retaggio di pratiche diffuse nel mondo pagano, e poi “battezzate”, accolte, introdotte (come tante altre) nella Chiesa cattolica. Da un’approfondita ricerca in internet ho riscontrato che in moltissimi e svariati Comuni di tutte le Regioni d’Italia i falò si accendono in onore di San Sebastiano (20 Gennaio); San Giuseppe (19 Marzo: le Falles de Sant Josep, in Valencia); San Giovanni il Battista (24 Giugno); Santa Lucia (13 Dicembre); Sant’Antonio Abate (17 Gennaio) e di altri Santi, ma in nessuna località – per quanto abbia potuto appurare – si fanno in onore di San Vincenzo Ferreri: solamente ad Amendolara. Anche questa è una delle peculiarità amendolaresi. Sant’Antonio Abate è il primo Santo dell’anno che si festeggia in Amendolara, il 17 gennaio, quando la campagna si prepara a rigenerarsi, a rivivere; quando le giornate cominciano ad allungarsi (seppur quanto “un passo di gallina”, ma da Santa Lucia in avanti).

I riti che si compiono ogni anno, in occasione della sua festa, in moltissimi paesi e città, da Nord a Sud d’Italia, isole comprese, sono antichissimi e sono legati – in special modo nei centri rurali – strettamente alla vita contadina. L’espressione più caratteristica di queste manifestazioni sono, dappertutto, i grandi falò. A Novoli (Le), per esempio, in onore di Sant’Antonio Abate arde la Fòcara, una pira alta venticinque metri, con un diametro di venti, che è la più grande d’Italia. Per la cronaca nostrana, a Canna (Cs) si fa ancora un falò per Sant’Antonio Abate; e una volta, per questo Santo, si faceva anche nella vicina Trebisacce. Il fuoco è molto ricorrente nelle rappresentazioni iconografiche del Santo frate anacoreta. In numerosi pitture si vedono dei fuochi che ardono; e talvolta il fuoco è raffigurato sul libro delle sacre scritture che regge in mano, o ai piedi, a richiamare la protezione del santo sui malati di herpes zoster, il volgare Fuoco di Sant’Antonio. Sant’Antonio Abate è famoso per aver sconfitto le tentazioni del demonio nel deserto, in particolare il fuoco della lussuria. In alcuni paesi di origine celtica, ha assunto le funzioni della divinità della rinascita e della luce, Lug, il garante di nuova vita. Tutte queste prerogative non si riscontrano nel domenicano San Vincenzo Ferreri.

Io ritengo e sostengo, ripeto, che anche in Amendolara, prima della venuta dei Domenicani, i falò si facessero in onore di Sant’Antonio Abate, e che ci fosse stata una maggiore devozione per il santo egiziano, specialmente nella comunità contadina, che vedeva in questo povero anacoreta un Santo più vicino, il Santo contadino (come viene descritto da alcuni), il Santo protettore, per antonomasia, degli animali domestici. E credo anche che Sant’Antonio Abate sia la più antica festa religiosa (dopo il Corpus Domini, Natale e Pasqua) che si facesse in Amendolara, prima ancora di San Vincenzo Ferreri e di San Rocco, due festività, queste, sentite dalla gente amendolarese con grande venerazione. I Domenicani, quindi, anche nel contesto dei falò hanno imposto la loro volontà, attribuendo questa espressione popolare/religiosa, del mondo agricolo del tempo, al loro confratello San Vincenzo Ferreri, a scapito di Sant’Antonio Abate, così come hanno fatto con la statua votiva di Santa Margherita Vergine e Martire. Parafrasando la leggenda che Sant’Antonio Abate sia sceso nell’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori, strappandogli il fuoco, similmente (giusta la regola del contrapasso) i Domenicani l’hanno “strappato” al frate egiziano, fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.

Antonio Gerundino (storico locale)

 

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6 Responses to Amendolara. Spunta una nuova tesi sull’origine dei “Fucarazz” di San Vincenzo

  1. Anna 2017/04/28 at 14:02

    Nella narrativa italiana riscontriamo che i falo’ venivano accesi di notte durante le feste contadine come riferimento mitico al ciclo delle stagioni, la fine del passato ,dell’infanzia, delle illusioni.

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  2. GIUSEPPE PAGANO 2017/04/28 at 14:41

    Complimenti al carissimo Antonio Gerundino per la sua dettagliata ricerca sull’origine dei falò di Amendolara.La sua tesi sui “fucarazze” pare verosimile e pertanto degna delle dovute considerazioni.

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  3. Eugenio Grisolia 2017/04/28 at 21:48

    Bellissimo articolo. Quando ho cominciato a leggerlo ho subito capito che in fondo avrei trovato la firma dell’appassionato e infaticabile studioso Tonino Gerundino.

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  4. Ciro Ettorre 2017/04/29 at 09:42

    complimenti al caro Antonio – la tesi non fa una piega e l’ho letta con molto interesse, e finalmente prova a dare una risposta al perché di tale festa ( sarebbe anche interessante un approfondimento sul perché il leitmotif musicale della festa sia una canzone dei bersaglieri ( la Ricciolina )) – per inciso, in questa festa Amendolara si accomuna a Valencia ( Spagna ) , città nativa di San Vincent Ferrer

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  5. Anna 2017/04/29 at 09:43

    Vero. articolo bellissimo.
    Aggiungo una simpatica curiosità. A differenza di quanto ho sentito sin da piccola dalle persone anziane, credo che sulla testa di San Vincenzo non ci sia un peperone ma la fiamma, appunto rappresentata durante la festività dabuui falò “fucarazz”.

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  6. Angiola Italiano 2017/04/30 at 13:24

    Grazie per la gradita informazione che ho letto con molto piacere…

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