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Il professor Giuseppe Roma ci lascia un patrimonio storico che va oltre la Calabria

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Il professor Giuseppe Roma non è più tra di noi. Sapevamo del suo recente disturbo fisico ma nessuno si aspettava il doloroso trapasso in un lontano ospedale del Nord. La notizia ha suscitato immediato e generale cordoglio: prima di tutto nella sua Castroregio, dove era nato 70 anni fa e dove aveva svolto anche la funzione di sindaco. Rimase sempre legato alla sua terra. Il 18 agosto ci salutavamo sempre alla festa della Madonna del bosco, dove mi faceva osservare anche dei megaliti. Con tanti amici, siamo ancora emozionati per questa grave perdita. Lo stimavano soprattutto per la sua cultura. Era una persona preparata ma sempre disponibile e dal sincero afflato umano: io me ne accorgevo quando dialogava con i suoi studenti e con gli altri giovani che si interessavano di cultura.  Il giovane Luigi Castiglia, di Lungro, parla di  “nascosto sorriso”. Non è più il caso di chiamarlo “Peppino”, ma professor Giuseppe Roma: perché ci lascia un patrimonio storico che va oltre la Calabria. Un giornale ha il dovere di far conoscere il suo vasto archivio archeologico. Le sue ricerche riguardano anche i nostri paesi dell’Alto Jonio: egli ha scavato col piccone e ha portato fuori i resti arcaici che da secoli stavano nascosti sotto le terre di Amendolara, Rocca Imperiale e Nocara. Ci scambiavamo spesso informazioni sui siti del culto micaelico, sui pellegrinaggi e sulla transumanza dei pastori, e venne pure a vedere alcuni reperti rinvenuti nel territorio di Albidona. Guardando alcune masserie ormai abbandonate ma costruite da esperti muratori, ci stimolò a fare una ricerca sull’archeologia rurale.

Fin dal 2002, Giuseppe Roma è professore ordinario di Archeologia cristiana e medievale presso l’università della Calabria. Persona umile e paziente studioso; non ci teneva a esibire le sue cariche universitarie: senatore accademico, direttore di dipartimento di archeologia e storia dell’arte, presidente e componente di commissioni, socio della Deputazione Storia patria calabrese e  dell’Accademia cosentina. Né si possono ignorare le sue partecipazioni a convegni nazionali e internazionali: California, Francia, Cartagine, Albania, Turchia. I suoi saggi si trovano nelle riviste “Vetera christianorum”, “Rivista storica calabrese”, “Archeologia cristiana”, “Bollettino della badia di Grottaferrata”, “Calabria letteraria”. Ha pubblicato una quarantina di volumi di storia archeologica: sui Bronzi di Riace (le sue intuizioni sacre vengono citate dalla rivista Archeo e da altre fonti di archeologia); su gli scavi di Frascineto, Morano e Sassòne, Santa Caterina delle Murgie di Rocca Imperiale, Presinace di Nocara, fino a Oppido Mamertina e Torre del Greco. Gli scavi di Rocca li ha effettuati con A. Coscarella e con Caterina Papparella. Interessanti anche i “Dati fortificati di Castellaccio e Presinace”, i monasteri bizantini, Santa Maria di Anglona, il Mercurion, Rossano e San Nilo. E’ stato anche uno studioso del suo mondo Italo-albanese; era un vero arbereshe.  Nel 1985 mi fece il graditissimo dono di “Religio Rusticorum-Affreschi della cappella dell’Annunziata ad Amedolara (Vecchione editore). In questi giorni della sua letale sofferenza stavo leggendo i suoi documentati appunti sui santuari mariani (da lui curato insieme a Franca Papparella, con  le belle foto di Ines Ferrante, un’altra sua allieva). Vincenzo Salerno, ex sindaco di Nocara e suo vecchio amico, ci ricorda  non solo Presinace ma anche il restauro del Convento degli Antropici e le dotte serate culturali delle “Estati nocaresi”. Ma c’è un’altra sua pubblicazione da ricordare; non si tratta di archeologia ma di un romanzo: “Storia di galantuomini” (Pacini Fazzi-Lucca, 1992). Anche qui, c’è una breve fonte storica, tra   Castroregio e Palazzo “Santo Stefano” di Oriolo, dove si sarebbe consumata la tragica vicenda di Crispino di Lazzaro e donna Bianca Arnone, la “sepolta viva”. Il Professore mi aveva regalato non solo la monografia di sua moglie (su Castroregio) ma anche questo libro: sono ancora rammaricato, perché me lo chiese un ingrato lettore e non l’ha più restituito. Il professor Roma diceva: “Se dobbiamo fare un regalo ai giovani, è meglio lasciare  qualche libro”: soltanto una persona di cultura e un educatore può dire queste cose belle.

Giuseppe Rizzo

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