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Drammatica storia per denunciare bullismo. Padre di Carolina incontra studenti di Rossano

Drammatica storia per denunciare bullismo. Padre di Carolina incontra studenti di Rossano
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Interessante incontro-dibattito, promosso dall’Istituto Comprensivo Rossano 1, sul Bullismo e Cyberbullsino. All’appuntamento, presso l’Aula Magna del Liceo Scientifico allo Scalo di Rossano, hanno preso parte, dopo i saluti iniziali dell’avvocatessa Patrizia Straface e del Dirigente Scolastico: il Prof. Antonio Franco Pistoia, l’Insegnante Teresa Madera (Referente prevenzione e contrasto del bullismo e cyber bullismo), il Dott. Paolo Picchio (Presidente Onorario Fondazione Carolina) che, per l’occasione, si è soffermato sul tema: “Le parole fanno più male delle botte, la storia di Carolina”, e della Dott.ssa Valentina Varvaro (Responsabile Progetti Scuola Fondazione Carolina) che ha incentrato la sua dettagliata relazione sul tema: “Prevenire e gestire casi di cyber bullismo a casa e nei contesti educatici”.

Prezioso, tra l’altro, l’intervento del Vice-Questore aggiunto del Commissariato di Corigliano-Rossano, il dott. Giuseppe Massaro, il quale ha voluto lanciare un corale appello a tutti i docenti e genitori, seduti in platea, di segnalare i casi di bullismo e cyberbullismo per evitare conseguenze gravi. Molto apprezzati, inoltre, gli interventi della Dott.ssa Varvaro e del papà di Carolina (ragazza piemontese, ndr) il dott. Paolo Picchio, che, dopo la proiezione di un filmato su un maxi-schermo che ha raccontato il grave episodio che ha visto la figlia Carolina (14 anni) “protagonista ignara” di un filmato osceno messo in rete dai suoi amici. Un gesto che ha portato al suicidio la piccola Carolina. “Carolina – ha dichiarato il papà Paolo – era una ragazza intelligente, altruista, sportiva e capace, ma quella notte, tra il 4 e il 5 gennaio 2013, la fragilità di adolescente prende il sopravvento in cui decise di togliersi la vita. Troppo grande l’umiliazione di vedersi in un video, priva di coscienza, pubblicato in rete dai suoi coetanei che giocavano con il suo corpo mimando atti sessuali. Troppo pesante leggere tutti quegli insulti postati sui social che rilanciavano quelle immagini. Eppure al centro delle offese, migliaia di commenti da gente che neanche conosceva, c’era lei. Proprio lei che neppure ricordava quel che fosse accaduto durante quella festa. Era novembre e Carolina, dopo aver mangiato una pizza con amici, si chiude in bagno, sta male, ha bevuto troppo e perde conoscenza. Un gruppo di ragazzi l’accerchia e simula atti sessuali. Quelle scene vengono riprese in un video e pubblicate su internet. Lei, amica di tutti, si trova al centro di un’attenzione morbosa virale: prima lo scambio in chat tra i presenti, poi il salto sui social network con 2.600 like su facebook e una profusione di insulti e commenti denigratori. Un peso insostenibile da sopportare quelle ingiuria che mettevano in dubbio la sua reputazione e la sua onorabilità. Carolina, amareggiata di tutto questo, sceglie di lanciarsi dalla finestra della sua camera e lascia un messaggio importante: “Le parole fanno più male delle botte. Ciò che è accaduto a me non deve più succedere a nessuno”. Una denuncia che rompe il silenzio. Un messaggio che, ad ogni modo, consentirà al Tribunale dei Minorenni di Torino di celebrare il primo processo sul cyberbullismo in Italia con condanne esemplari”.

Nel ricordo della povera ragazza è nata la La Fondazione “Carolina” con lo scopo di realizzare un futuro in cui il web sia un “luogo” sicuro per i bambini e gli adolescenti, coinvolgendo tutti gli attori corresponsabili della crescita dei minori e del loro sviluppo consapevole. La Fondazione, inoltre, si propone come motore del progetto di cura di prossimità. Questa dinamica capillare di intervento potrà contare sul supporto scientifico delle Università e saprà coinvolgere tutte le singole comunità locali (scuole, forze dell’ordine, istituzioni locali, associazioni, oratori e società sportive) per curare le patologie che affliggono i minori: coloro che subiscono condotte di bullismo e cyberbullismo, come pure i loro coetanei che le esercitano.

Antonio Le Fosse

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