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Appunti di un’altra estate tra Alto Jonio e Pollino. Lontana da notti bianche e concertoni

Appunti di un’altra estate tra Alto Jonio e Pollino. Lontana da notti bianche e concertoni
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Da San Lorenzo Bellizzi, fino a Verbicaro e a San Severino Lucano abbiamo fatto una settimana di dibattiti sul brigantaggio e sulla “questione meridionale”, rimasta ancora irrisolta. Abbiamo ribadito che non siamo d’accordo con quei manifesti colorati sulle brigantesse e sui briganti. Il brigantaggio non è folklore; è stato il più doloroso spaccato della storia del Mezzogiorno. Non dobbiamo né mitizzare né criminalizzare: Antonio Franco, Giovanni Labanca e altri briganti del Pollino e della Calabria incendiarono, sequestrarono e impiccarono i loro vecchi sfruttatori. La loro ferocia fu causata dalla ferocia dei “galantuomini”. Nelle rivolte del 1848 si erano battuti per la reintegra della terra usurpata. Poi, seguirono anche Garibaldi, ma dopo l’Unità d’Italia, dovettero imboccare la via dei boschi e quella dell’emigrazione: “O briganti o migranti”, scriveva l’abate Padula. La terra restò ancora agli usurpatori. La “briganta” non era la  “druda” del capobanda, ma una compagna e una donna ribelle. Siamo arrivati fino a Pontelandolfo e Casalduni, per deporre una corona davanti al monumento dell’eccidio del 14 agosto 1861. Anche negli ultimi “Itinerari gramsciani” di Plataci si è parlato della questione meridionale, della nostra “questione calabrese” e di Salvini. Abbiamo fatto un giretto anche nei centri più grossi dell’Alto Jonio: non so dove trovino tanti soldi per fare passeggiate in bianco e blu e festival di poesia: quanti poeti cantano la donna amata,  il proprio paesello “che è il più bello” e anche la luna. Si sentono tutti Leopardi e non guardano per terra: l’Alto Jonio, nonostante i comunicati stampa di qualche “governatore”, è ancora chiuso.

In Albidona, pure senza soldi, abbiamo fatto un piccolo Festival della zampogna e dei canti popolari, non per scimmiottare gli altri, ma per lanciare pure un appello per tutti i paesi a rischio e per non disperdere le nostre memorie. Sono passato per Alessandria del Carretto, ma al raduno dei tre giorni di Radicazioni, oltre alla musica etnica, al teatro di Mastro Nicola, ai giochi per i bambini e allo stufato locale, abbiamo ascoltato anche qualche riflessione sulla situazione sanitaria zonale. Qui c’è anche il problema delle guardie mediche. Non parliamo della strada!  Abbiamo  voluto salutare e ascoltare Danilo Gatto, un impegnato “conoscitore della musica popolare calabrese”, giunto da Catanzaro per proiettare un filmato intitolato “Una storia di vita – La musica attraverso cinque generazioni, Rubbettino, 2019). Abbiamo acquistato anche il libro (con cd e dvd) per conservarlo nell’Archivio della nostra piccola associazione di Albidona “L’Altra cultura”. Anche nell’Alto Jonio, Pietro Silvestri e altri collaboratori hanno fatto un buon documentario su Andrea Pisilli, il dimenticato costruttore e suonatore di zampogna di Farneta: sulla loggetta della sua casetta crescono ciuffi d’erba. Danilo fa una documentata ricostruzione di un altro grande personaggio della zampogna calabrese: Giuseppe Ranieri di Santandrea Apostolo (CZ), morto qualche anno fa, ma lascia una lunga eredità della sua arte del suono.  Danilo Gatto, Sergio Di Giorgio e altri cultori della musica popolare hanno scoperto e hanno fatto conoscere Peppe Ranieri. Nella lunga intervista proiettata anche in Alessandria, ascoltiamo un’altra storia della sofferenza contadina. Ranieri era un lavoratore della campagna; dice di aver buttato sudori nelle terre di un marchese, che pensava solo al suo profitto personale. Ma in tutta la sua vita ha avuto due predilezioni: la zampogna e le vacche.

Quella di Ranieri è la stessa storia, la stessa vita di tanti altri contadini, pastori e suonatori del nostro Alto Jonio. Giuseppe Ranieri, Andrea Pisilli, Carmine Adduci e Leonardo Rago e anche i nostri avi e genitori entrano nella storia dei “vinti” di Nuto Revelli.  Siamo rammaricati che gli ultimi anziani che facevano parte dell’Altra cultura di Albidona ci stanno lasciando. Da maggio ad agosto  ne sono morti cinque, tra i quali anche un nostro fratello, trovato riverso sul sentiero di Mostarico. Anche lui stava andando verso le sue vacche. Ora, stiamo ordinando appunti, interviste e registrazioni che facevamo fin dal 1980. Li vogliamo intitolare “Donne dannate”: alcune mogli di emigranti “mericani” che non sono più tornati ci raccontavano le loro pene di vedove bianche: Zi’ Catrìna, che era figlia di un monaco smonacato, lasciata con sette figli piccoli, tirava a campare arando con le sue due “vacche fiacche”. Sapeva deviare le grandini, guariva dalla “ffàscina” ma non si pagava. Solo quando la chiamavano a “grastare” i verri dei vicini, si  “tirava i ruòzzele”; li friggeva con i peperoni piccanti e sfamava i sette bambini, che chiamava “orfani”. Suo marito è morto a Buenos Aires e chissà  in quale fossa l’abbiano “cruvicàto”, diceva zi’ Vittoria, la  “grastatrice” dei verri. Se qualcuno vuole fare ancora sadica ironia sulla cose che fanno gli altri (anche sul piccolo Festival della zampogna in Albidona) si metta a raccogliere le storie delle sofferenze contadine della nostra “avara e amara” terra dell’Alto Jonio. Il Festival di Alessandria è finito, ma può lasciare qualche messaggio; la gente scende in marina. E noi scattiamo qualche foto alle ultime donne anziane vestite di nero e alle vecchie case che forse sono le stesse de’ “I dimenticati” di Vittorio De Seta.

Giuseppe Rizzo

 

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