Non si tratta ovviamente solo dell’acqua potabile, di cui continuano ad approvvigionarsi andandola a cercare dove si trova, ma dell’acqua necessaria per gli usi domestici, per ristorare le piante nei frequenti momenti di siccità e soprattutto per abbeverare i numerosi capi di bestiame che continuano ad allevare e che rappresentano la loro principale fonte di sostentamento. La cosa paradossale, venuta a galla nel corso del sopralluogo effettuato dal presidente Blaiotta nella zona incriminata, è che a pochi passi dalla quelle aziende agricole passa una condotta idrica rurale che, realizzata con il fondi comunitari PIAR 2000/2006, doveva servire per l’irrigazione e per gli usi domestici e che invece, a distanza di oltre dieci anni dalla sua posa, rimane tuttora asciutta perché non è stato mai stato completato l’allacciamento alla rete di adduzione. In realtà tutta la zona pianeggiante e collinare dell’Alto Jonio è servita dalla condotta irrigua proveniente dall’invaso del Sinni, in Basilicata che viene gestita dal Consorzio di Bonifica come ente consortile, ma i terreni di queste famiglie di agricoltori si trovano ad una quota altimetrica più elevata rispetto alla condotta del Sinni per cui non ne possono beneficiare. L’impegno assunto dal presidente dell’ente consortile sarà quello di realizzare in loco una sorta di “autoclave”, cioè un sistema di sollevamento che possa portare l’acqua della condotta del Sinni ad una quota tale da poter soddisfare le esigenze di questi laboriosi e tenaci agricoltori che hanno il solo torto di non aver fatto finora le barricate ma di aver continuato a sfidare le difficoltà andando a cercare l’acqua dovunque e sempre con i propri mezzi. Peccato che chi ha ruolo di responsabilità abbia atteso tanto tempo prima di intervenire.
Pino La Rocca