Dal primo presepe vivente di San Francesco d’Assisi, la notte di Natale nel borgo di Greccio (1223), un excursus storico che ha consegnato i tratti di una tradizione partita dal Medioevo fino ad oggi. La sacralità della Madonna con il Bambino; San Giuseppe, spesso più lontano dalla composizione divina, quasi dormiente; e poi le scene di vita quotidiana: il panettiere, i pastori. E ancora, la zingara raffigurata con i chiodi, il macellaio, l’ubriaco. Da un’arte che apparteneva prima agli scultori, destinata a ricchi palazzi e a cappelle private, fino alla metà dell’Ottocento, quando assume carattere più popolare, realizzata per mano degli artigiani.
«Il presepe è il luogo, è l’attesa, ricrea l’ambiente che si conosce» – ha sottolineato Angela Lo Passo, assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Castrovillari, nel suo intervento. E il presepe napoletano, infatti, richiama proprio questo: scene di vita vissuta, personaggi più svariati che diventano i protagonisti. Allo stesso modo, il presepe di Gianni Cherillo: realizzato sulla tradizione napoletana ma strettamente legato alla sua Castrovillari. La Natività nel rudere di un tempio, scorci del centro storico riproposti nei minimi dettagli, il santuario della Madonna del Castello, la basilica minore di San Giuliano con il suo antico portale, il mercato, i pastori, le case, le montagne, la fontana di San Giuseppe, le “pacchiane”, donne in abito tipico (castrovillarese e arbëreshe): sono solo alcuni degli elementi, ricchi di particolari, che rivivono nell’opera di Cherillo, ora conservata nel Protoconvento. Un’opera che – come ha raccontato il figlio dell’artista, Angelo Cherillo, scultore anche lui, presente all’incontro – è stata voluta dal compianto sindaco di Castrovillari, Franco Fortunato, e poi consegnata, dopo un anno di lavoro, nel dicembre del 2006.
Federica Grisolia
