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Il Giro d’Italia pedala più veloce del Covid. Il timido inglese Hart, vincitore a sorpresa

Il Giro d’Italia pedala più veloce del Covid. Il timido inglese Hart, vincitore a sorpresa
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Per la prima volta in 103 edizioni un italiano non si è piazzato nei primi cinque

Diciamolo pure, l’edizione 103, per tutto quello che è successo e succede, purtroppo, ancora nel nostro Paese e nel mondo, del Giro d’Italia, conclusosi domenica 25 ottobre in piazza Duomo a Milano, è una vittoria di tutti, appassionati e non che per tre settimane hanno atteso sulle strade del Belpaese il passaggio di questi ambasciatori di speranza. Per qualche attimo, anche davanti la tv, sembrava aver riacquisito una normalità perduta dallo scorso febbraio ed ancora lontana. Ragion per cui la maglia rosa conquistata dal timido londinese Theo Geoghegan Hart è anche un po’ di tutti noi. Non era, infatti, scontato vedere la carovana del Giro in piazza Duomo dopo tre settimane non certo facili. Da Monreale, in Sicilia, il 3 ottobre, la corsa è partita con quasi duemila contagi al giorno, a Milano ci è arrivato con ventimila  nuovi casi giornalieri ed un Paese sotto coprifuoco. Tutto merito della squadra del Giro e del suo sanguigno direttore Mauro Vegni che hanno lavorato dietro le quinte per consentire alla corsa, che si è fermata solo durante le guerre mondiali, di arrivare in fondo. Per garantire la sicurezza di tutti sono stati effettuati ben 8.000 tamponi in 21 giorni di gara ed accertati appena quattro casi di positività tra i corridori. Eppure non è stato così semplice. Pensare ad un Giro d’Italia ad ottobre era già impresa impossibile la scorsa primavera, figuriamoci attuarla in piena pandemia di ritorno,  cercando, pure, di domare le bizze del clima, la paura del contagio fuori e dentro la bolla della corsa ma anche l’ammutinamento di due squadre straniere e la protesta di un gruppo di corridori a due giorni dalla fine a Morbegno per una tappa a loro dire troppo lunga e fredda. Insomma è successo di tutto ma il Giro ha resistito, forte della passione della gente per rinsaldare quel filo rosa che lega l’Italia al suo Giro da oltre cent’anni.

La copertina di questo Giro speciale, oserei dire storico, è tutta per il venticinquenne inglese della Ineos-Granadiers, ben sette vittorie totali per la corazzata ex sky, Tao Geoghegan Hart che vince all’ultima tappa, sul filo dei secondi, primo corridore nella storia della corsa rosa a portare a casa la vittoria indossando una sola maglia rosa: la più bella, la più ambita: quella dell’ultima tappa. Ma la vittoria di Thao non è una sorpresa. Ispirandosi al suo mito Bradley Wiggins, con passione e sacrificio è diventato corridore completo: va forte in salita, si difende a cronometro, fugge via in discesa. Come Pogacar al Tour de France.

Tao Geoghegan Hart si è aggiudicato il duello all’ultima pedalata con Jai Hindley, altro giovanissimo, staccato di 39″ nella cronometro finale di Cernusco sul Naviglio-Milano di 15,7 km, vinta dal solito, fenomenale Filippo Ganna, che ha calato il poker in questo Giro d’Italia. Sul podio, con l’inglese della Ineos Grenadiers e l’australiano della Sunweb, l’olandese Wilco Kelderman. Primo degli italiani Vincenzo Nibali, che  ha chiuso settimo (per la prima volta in 103 edizioni un italiano non si è piazzato nei primi cinque). Geoghegan Hart  ha vinto a sorpresa perché questo è un anno sorprendente sotto tutti i punti di vista, quasi a voler annunciare un cambio di generazione al comando del ciclismo. Ma non è stato il solo.

Il Giro d’Italia 103 è stato quello dei bravi ragazzi, quelli cresciuti a pane e ciclismo, che sanno tutto della storia di questo sport ed hanno fatto di tutto per emulare i loro idoli in poco tempo. Nel Giro dei bravi ragazzi non possiamo non citare il nostro ragazzone Filippo Ganna. Una storia da libro cuore la sua, in poco più di un mese, è passato da promessa della pista a campione del mondo su strada a cronometro e vincitore di ben quattro tappe al Giro. Un altro ventiquattrenne al comando, insomma. Non possiamo neppure dimenticare João Almeida, classe 1998, dal Portogallo, capace di resistere in maglia rosa per quindici giorni. Da loro il messaggio arriva chiaro e forte: Si può continuare a crescere, faticare e lavorare anche in tempo di pandemia ma con responsabilità. Dobbiamo abituarci a convivere con la pandemia ma non arrenderci alla pandemia. Il Giro lo ha fatto! La «bolla rosa» ha funzionato alla grade. Merito dei corridori e degli organizzatori ma anche del pubblico, disciplinato,  con tanto di mascherina, che dalla Sicilia alla Lombardia non ha mai rinunciato ad assistere ad un passaggio, ad una partenza o ad un arrivo di tappa, Milano esclusa per ovvie ragioni.

Di Giri d’Italia ne ho raccontati undici e ciò che mi ha sempre colpito è stato proprio il calore della gente, ma anche la possibilità di ammirare i campioni del pedale da vicino, raccogliendone impressioni a caldo con ancora qualche goccia di sudore che scendeva dalla loro fronte. Il cigolio dei freni tirati sul traguardo a fine tappa ti entrava dentro. Tutti eravamo tutti. Il Giro 103 mi rimarrà dentro, invece, per ben altro: per la lontananza dai protagonisti, per le transenne, le mascherine i termometri. Ma lo spettacolo ed il calore della gente sono rimasti uguali.

La mia personale esperienza con questo Giro particolare è iniziata in un mercoledì piovoso e freddo, nonostante il calendario dicesse che eravamo solo al 7 ottobre, a Camigliatello Silano, nel cuore dei monti calabresi. Il clima era ben diverso dal solito Giro anche nel contorno, si diceva. L’accesso al quartier tappa, cuore pulsante di chi racconta la corsa, era monitorato e limitato. Qualcosa di impensabile sino a qualche tempo fa. Prigionieri della paura, chippati con tanto di pass con qr code a prova di fuga o di entrata in e da aree riservate. Rispetto agli scorsi anni, nessuna festa sul traguardo in attesa dei corridori. Festa si, ma anche qui controllata con accessi scaglionati in un piccolo villaggio commerciale per lasciare, almeno quello, qualche piccolo ricordo di una giornata, comunque indelebile al Giro d’Italia. Per  la maggior parte dei fotografi e video-operatori riprendere il vincitore significava agire d’astuzia. D’un tratto ci siamo trasformati in tifosi. Noi che eravamo abituati a stare al centro del palcoscenico, abbiamo dovuto scavalcare le transenne e ritrovarci dall’altra parte per immortalare l’impresa di Filippo Ganna, per esempio, che ha vinto a Camigliatello silano nella nebbia, sotto la pioggia. Un testimonial perfetto di questo periodo, insomma. Filippo nazionale  è uscito dal buio della Sila a braccia alzate, come lo faremo noi a pandemia finita. Ecco perché la tappa calabrese della Sila, per certi versi sarà ricordata a lungo. Sono cambiate anche le modalità per le interviste ai protagonisti di giornata. Non più in sala stampa con noi giornalisti  ma chiusi, uno alla volta, in un truck, da soli, collegati  via webcam con i giornalisti della sala stampa. Una cosa simile l’avevo vista solo al Tour de France. Ma lì la necessità era quella di evitare ai corridori l’assalto di centinaia di cronisti nel dopo tappa. Nonostante le limitazioni sono riuscito egualmente a vedere i ritardatari sul traguardo ed a scovare quei volti stravolti dalla fatica, dal freddo, quei volti degli ambasciatori di speranza.

Il secondo momento di contatto l’ ho avuto alla partenza di Castrovillari, nel cuore del Parco nazionale del Pollino. Anche lì impossibile ogni azione che per noi giornalisti era consuetudine. Il rituale festoso di balli, danze e gadget della carovana pubblicitaria  solo un ricordo. Le squadre con tanto di mascherina, alla spicciolata sono comparse sul palco per una breve presentazione, abolita anche la firma. Ma anche in quell’occasione la gente, il popolo del Giro non è mancato, anzi, ha spinto, il gruppo verso Matera. Lì ho intravvisto da vicino Teo, il vincitore del Giro: ragazzo esile, timido, quasi impacciato sul palco di presentazione. Al contrario di Filippo Ganna. Forte, esuberante a suo agio tra la gente che lo acclamava vestito di blu ( maglia di miglior scalatore) quasi come superman, il superman del tifo italiano.

Un Giro che ricorderemo, dunque, un Giro che ha celebrato il nostro Paese e la nostra voglia di farcela comunque. Nel nostro libro di ricordi finiscono anche le vittorie di Arnaud Démare, ben quattro allo sprint, di Diego Ulissi, due vittorie, e della super star Peter Sagan, trionfatore, a modo suo, a Tortoredo Lido. In mezzo cartoline mozzafiato spedite dall’Italia ferita ma ancora viva, con i tornanti dello Stelvio imbiancati o la partenza sotto la scia delle Frecce Tricolori dalla base aerea di Rivolto. L’Italia ha sognato grazie al Giro, nella speranza che la prossima edizione della corsa Rosa possa seriamente celebrare la rinascita del Belpaese e la fine dell’incub. Grazie Giro, allora, grazie per essere tornato nonostante Covid-19.

Pasquale Golia

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