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Oriolo. Un prezioso bassorilievo del 1400 ricorda S. Francesco d’Assisi che riceve le stimmate dal “Serafino”

del professor Vincenzo Toscani* – Oltre al Castello normanno, alla vetta della cittadella di Oriolo insiste la Chiesa Madre, dedicata a S. Giorgio martire. È una chiesa a tre navate in stile neoclassico, costruita su quella a due navate del periodo normanno svevo. A giusta ragione, in un manoscritto del 1670 fu definita: “la magnifica Cattedrale Chiesa di S. Giorgio”. Sulla facciata principale campeggia un bassorilievo in pietra marmorea. La scultura, riferibile alla seconda metà del 1400, ripropone la stigmatizzazione del “Poverello” d’Assisi. L’evento è stato riassunto in una lunetta, di autore ignoto, e il cui impianto è composto da tre pannelli accostati, che compongono un quadro scultoreo omogeneo, altamente espressivo. Alcuni elementi, particolarmente simbolici e presenti nel manufatto, non figurano nei quadri di Giotto, del Lorenzetti o di altri pittori.

La stigmatizzazione fa parte di alcuni elementi decorativi, che impreziosiscono la facciata: due statuine in pietra marmorea del XV sec.: S. Paolo a sinistra e S. Pietro a destra del portone d’ingresso; due leoni stilofori del 1264, che reggevano il próthyron. Come riportato da S. Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda maggiore, nell’eremo dell’Averna, bosco donato a frate Francesco dal conte Orlando Cattani, il Santo ricevette le stimmate dal “Serafino”. Era il 14 settembre 1224, solennità dell’Esaltazione della Santa Croce. L’evento è fedelmente ricordato nel bassorilievo di Oriolo. Sulla tavola centrale campeggia il Cristo nella nota e storica posizione del Crocifisso. Mancano, però, la croce e il cartiglio. Il corpo longilineo, ma abbastanza tozzo, è “inchiodato” sul pannello, le braccia aperte, oblique e chiodate. I chiodi delle mani e dei piedi sono tridimensionalmente ben evidenziati.

La gabbia toracica presenta un leggero spasma non quello del Christus patiens; le ginocchia sono leggermente flesse per il peso del corpo; i piedi, quello destro sovrapposto a quello sinistro, non poggiano su un suppedaneo ma su un teschio, che è assente nella maggior parte della produzione artistica della stigmatizzazione, compresa quella di Giotto, di Pietro Lorenzetti, dell’affresco della Basilica inferiore o nella scultura di Arezzo “Le Stimmate di S. Francesco”. Il Cristo-Serafino è avvolto da sei ali: quattro sono spiegate mentre due sono avvolgenti. Delle quattro spiegate due si aprono dietro la nuca su cui è poggiata la testa; sulle altre due, sottostanti è adagiata la schiena. Le rimanenti due, più piccole, avvolgono il bacino. Il capo del Cristo, con corona di spine e nimbo crucigero, è lievemente piegato a destra e guarda frontalmente. Dal punto di vista scultoreo è ben curato nei minimi particolari: un volto serafico, la barba appena accennata e che definisce il mento, le palpebre aperte con gli occhi rivolti verso il Cielo, le sopracciglia armonizzate col viso, i capelli lunghi di cui una ciocca cade fino alla clavicola e l’altra spostata all’indietro per dare maggiore visibilità e luminosità al volto.

Quel che desta curiosità e meraviglia è il Cristo che poggia i piedi chiodati sul teschio di Adamo. Secondo la tradizione oriolese il significato è: dal vecchio Adamo è sorto il novello Adamo. L’immagine rappresenta la saldatura fra “l’antico patto” (Antico Testamento) e il “nuovo patto” (Nuovo Testamento). Nel pannello di sinistra viene raffigurato S. Francesco con aureola, vestito col saio e che riceve le stimmate. Il Santo è in estasi con il volto teso perché folgorato dalla presenza del “Serafino”. Ha le braccia spalancate secondo una linea retta obliqua che giunge al viso del Cristo. L’arto destro, disteso, è allineato al corpo e con la mano come se volesse evitare la stimmata. La mano sinistra è aperta e nell’atteggiamento di chi volesse proteggere gli occhi dalla luce accecante, emanata dal Cristo alato. Il corpo del frate è ricurvo come se fosse spinto dal vento e volesse staccarsi da terra perché attratto dall’immagine di Colui, che lascerà sulle sue carni le stigmate, nelle mani e nei piedi. Uno squarcio del saio, nella parte destra del torace, indica la ferita profonda nel costato, come voluto e indicato da papa Alessandro IV che, nel confermare la veridicità della stigmatizzazione con bolla del 1255, diede molto risalto alla piaga del costato.

Francesco è in ginocchio sul “crudo sasso” della Verna come ricordato da Dante con i celebri versi: “Nel crudo sasso intra Tevere e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo, / che le sue membra du’ anni portarno”. (Paradiso, canto XI). Il pannello di destra ricorda l’unico testimone, Frate Leone, “un giovane che egli (S. Francesco) amava più degli altri”: il volto paffutello, la barba appena accennata, con il saio dell’Ordine fluente sul corpo, in ginocchio, con le mani che sorreggono il libro della “Regola” o dei “Fioretti”. Frate Leone non partecipa all’evento, essendo l’estasi un’esperienza mistica individuale. Per questi motivi l’autore ha rappresentato il frate, che ha tra le mani un voluminoso libro, con la testa leggermente piegata verso destra, gli occhi aperti e dediti alla lettura della pagina a tergo, su cui sono incise le lettere D. O. I. G. C. A. M. H. I. Nella pagina successiva, purtroppo, si leggono soltanto le lettere Z. C.; le altre sono state corrose dal tempo e, certamente, riportavano la firma dell’autore.

Dietro il frate è stilizzata la Porziuncola. In detta chiesetta, che all’epoca dipendeva dal monastero di S. Benedetto e che fu riparata per indicazione del Crocifisso di S. Damiano, Francesco fondò l’Ordine francescano. Nel 1216 l’edificio fu consacrato e vi fu proclamato il “Perdono d’Assisi” con concessione dell’indulgenza plenaria. Per volontà di S. Pio V è “custodita” nel complesso di S. Maria degli Angeli. L’immagine di Oriolo è una riproduzione fedele della Porziuncola: una chiesetta con tetto a capanna in stile romanico-umbro e con “tempietto” simile a un campanile, collocato alla sommità della facciata.

La scultura di Oriolo, oltre al riferimento storico-simbolico del teschio, presenta altri due elementi, fuori dalla cornice della lunetta e dalla scena della stigmatizzazione: la Luna a sinistra con 22 raggi, il Sole a destra con 20 raggi. L’autore volle certamente rappresentare “Il cantico di Frate sole e Sorella luna”: “Laudato si’, mi’ Signore (per) lo frate sole… et ellu è bellu e radiante cum grande splendore”; “Laudato si’, mi’ Signore per sora luna…”;. È possibile un riferimento alla Genesi (1-16): “Dio ha fatto le due grandi luci – la luce maggiore per governare il giorno e la luce minore per governare la notte”. Nella simbologia medioevale, inoltre, la Luna indicava il Vecchio Testamento, il Sole il Nuovo Testamento. In tutte le iconografie francescane sulla stigmatizzazione i due astri sono assenti. Di solito il Sole e la Luna sono presenti nella rappresentazione della Crocifissione, difficilmente nella stigmatizzazione. La cornice della lunetta fa riferimento a quella attribuita al Maestro di S. Francesco e posta nella Basilica superiore di Assisi (finestra della vetrata del XIII sec.). Nel manufatto di Oriolo non mancano i particolari sull’ambiente dove avvenne il prodigio. Nel pannello su cui è raffigurato il Cristo si notano gli alberi della Verna, che era ricca di faggi (Fagus sylvatica) e di abeti bianchi (Abies alba). Nel pannello, secondo la Legenda aurea del frate domenicano Jacopo da Varagine (oggi Varazze), si notano effettivamente un faggio e due abeti. La stigmatizzazione proviene dal convento del Terzo Ordine dei Claustrali di S. Francesco d’Assisi insieme alla statua in marmo bianco della “Concezione” della Scuola di Antonello Gagini, datata 1581.

Il convento dei Claustrali fu costruito fuori della cinta muraria (extra moenia) con bolla di papa Eugenio IV del 6 febbraio 1439, concessa a “Fra Biagio Margione Calabrese di Senisi del terzo ordine regolare dell’osservanza”. Fra Biagio con fra Pietro di Pedace “in breve tempo costruirono il convento di Bisignano, di Cropani, di Oriolo ed altri”. Il convento era depositario dell’alluce di S. Francesco di Paola, ivi portato dall’oriolese Padre Dionigi o Dionisio Colomba, Maestro Provinciale del Terzo Ordine dei Claustrali. L’alluce gli fu donato da Caterina dei Medici, regina di Francia e cugina in quarto grado della marchesa di Oriolo, donna Fulvia Gattinara, moglie di Marcello Pignone, presidente della Regia Camera Sommaria di Carlo V. Il periodo in cui la venerabile reliquia giunse a Oriolo è calcolabile fra il 1562 e il 5 gennaio 1589, giorno della morte di Caterina dei Medici. Il 20 maggio 1589 nel capitolo, tenutosi nel convento di S. Maria del Piratello di Imola, padre Dionigi fu eletto 46° Maestro Generale. Fu in questo capitolo generale che il neo eletto e i padri capitolari emanarono le “prime costituzioni permanenti” dell’Ordine.

Dopo il ritrovamento di un atto notarile del 19 maggio 1680, che confermava la presenza in Oriolo dell’alluce e in occasione del V centenario della morte del Santo paolano, la reliquia è stata dichiarata venerabile (9 maggio 2008). Oggi è conservata nella Chiesa Madre “S. Giorgio Martire”. Del vecchio convento del 3° Ordine del Claustrali di S. Francesco d’Assisi rimangono solo la cisterna, alcuni ruderi e parte del chiostro con affreschi malridotti.

*Commendatore dell’Ordine al “Merito della Repubblica Italiana”

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