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	<title>borghi dell&#039;alto jonio cosentino roseto capo spulico Archivi - Paese24.it</title>
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		<title>Una visita a Roseto Capo Spulico tra vinelle e pammedìe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Paese24.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Apr 2018 08:20:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quelli che transitano per la costa jonica da a Taranto a Reggio e viceversa, sia in auto che in treno, toccano da vicino uno dei vecchi castelli della Calabria: l’imponente maniero di Roseto Capo Spulico; è bellissimo non solo d’estate. E’ passaggio obbligato per arrivare in Sicilia. <strong>Qui, si sono fermati personaggi famosi</strong>: l’eremita San Vito, che estese le sue propaggini religiose fino alla Lucania; l’imperatore  Federico II, col suo stuolo di falchi; il cardinale Fabrizio Ruffo che fece la <em>marcia della Santa fede</em>, l’abate di Saint e tanti altri viaggiatori stranieri. Il folklore di Roseto inizia proprio dal castello che cade a picco sul mare; il poeta e scrittore Dante Maffia, che ha varcato i più vasti confini della letteratura italiana, ma resta sempre il più noto personaggio di questo paese, ci parla anche delle <em>pammedìe</em>: l’Isola di Monte Sardo, il leone chiuso nel palazzo Mazzario. Nel cuore di Maffia resta anche il dialetto di sua madre. <strong>Invece, l’altro poeta locale, Rocco Franco, ci fa riscoprire la parlata dei contadini, piegati nelle “carmàte” del grano appena mietuto</strong>. In una masseria di questo castello il barone don Pietro Mazzario avrebbe offeso il suo mulattiere e il <em>forèse </em>Giovanni Labanca, i quali datisi al brigantaggio, lo fecero sequestrare dalla banda di Antonio Franco. Se volete conoscere qualcosa della storia di Roseto, leggete il libro di Salvatore Lizzano: prima si chiamava <em>Pietra Roseto</em>, dal 1491 all’800, passò sotto i feudi dei Carafa,  Serra, Guaragna, Lanzino Ulloa, i Ferrari di Cosenza e i Mazzario. <strong>Nel 1799 fece parte del cantone di Tursi, e nel 1811 fu aggregato al Circondario di Amendolara.</strong></p>
<p><a href="https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/borghi-alto-jonio-rubrica.jpg" data-wpel-link="internal"><img decoding="async" loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51569" src="https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/borghi-alto-jonio-rubrica.jpg" alt="" width="701" height="321" srcset="https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/borghi-alto-jonio-rubrica.jpg 664w, https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/borghi-alto-jonio-rubrica-300x137.jpg 300w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Se non ci fosse il pericolo frane, è incantevole non solo il castello federiciano ma anche l’abitato che sorge sul monte sovrastante. E’ sempre il Padula a restarne meravigliato: «<strong>Siamo tra le carrube; da Roseto in poi le case sono belle, sono ad un piano, parte di calce e parte di creta. Il lido scoglioso è di buono approdo»</strong>; infatti, si dice che vi si imbarcavano, di notte, i primi emigranti clandestini  dei nostri paesi. Le <em>Memorie </em>di Francesco Stigliano ci forniscono altre tradizioni di Roseto, come «il gelataio dal collo taurino, che portava sempre il basco». Qui, è recentemente scomparso un altro poeta che dicevano rimanesse “sconosciuto”: Nicola Trebisacce, i cui epigrammi prendono in giro, uomini e cose di Roseto. Nel centro storico sono famose le <em>vinelle</em>, i vicoli stretti e ormai anneriti dal tempo; sulla piazzetta in cima al paese c’è la statua di <em>Santo Tòtaro</em>. Entriamo nella  chiesa madre, dedicata a S.Nicola di Mira, e due anziane che tengono ancora la corona del rosario in mano, ci dicono che  <strong>«il protettore del paese è San Nicola di Bari, ma il santo più amato è il nostro S.Rocco». Anche a Roseto i nomi più diffusi si richiamano ai santi: Rocco e Nicola</strong>; in tutti i nostri paesi del Sud, la gente si sente garantita dai <em>santi avvocati</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n.jpg" data-wpel-link="internal"><img decoding="async" loading="lazy" class=" wp-image-51571 aligncenter" src="https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n-576x768.jpg" alt="" width="601" height="801" srcset="https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n-576x768.jpg 576w, https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n-225x300.jpg 225w, https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n-768x1024.jpg 768w, https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n-1024x1365.jpg 1024w, https://www.paese24.it/wp-content/uploads/2018/04/n.jpg 1500w" sizes="(max-width: 601px) 100vw, 601px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>(Le foto sono di Pasquale Lamitella)</strong></em></p>
<p style="text-align: left;">Una ragazza elogia i cibi locali, ma una volta si faceva vanto dei fichi «che erano assai», delle mandorle e anche delle carrube e dei capperi, come in Amendolara, Albidona, Cerchiara. Oggi a Roseto cercano di farsi spazio le ciliegie. Padula parla dei <em>pirastri</em>, degli ulivi che «sono moltissimi e danno fino a 18 tomoli, ma quando è buona annata, anche 30. Mancano le vigne». Chi ricorda più la <em>lanata</em>, che è fatta di tre rotoli di lana? E’ sempre Vincenzo Padula che ne parla. Si coltivano ancora il grano, le fave e i piselli, ma sono gustosi anche i <em>fichi d’india</em>, e i cacciatori parlano del bosco delle <em>cùmmere</em>, il bel corbezzolo che emerge nella vasta macchia mediterranea. Leggiamo sempre il Padula, ripreso nella tesi di Domenica Odoguardi: <strong>«Le donne indossavano calze bianche e gonna nera e verde-oliva, il grembiule, che chiamiamo ancora <em>sinale</em></strong>; un  fazzoletto legato dietro la nuca. Romana; camicia bianca di tela, merletti ai polsi, sopra la camicia il corpetto. Gli uomini portano scarpe le <em>zampitte, come le</em> <em>ciocie</em> della campagna romana, pantaloni di panno nero, lunghi; camicia con il ristagnino, cappello cilindrico o a cono».</p>
<p style="text-align: justify;">Qui c’era una schiera di cantatori popolari; sentiamo canti d’amore, di Carnevale e della settimana santa. Cantano Antonio La Banca; Caterina e Antonietta Napoli; Carmela e Rocco Converti; Maria Maratea; Carmela La Ragione; Maria Antonia Vuodi; Pasquale Manera; Giuseppe Volpe, Leonardo Franco; Maria (Carolina) Fioravante; Francesca Paladino. <strong>Facciamo una escursione a piedi, per la campagna e fotografiamo i ruderi dei vecchi mulini ad acqua</strong>. «Qui si faceva anche la calce per le costruzioni, e le pietre di intaglio si trovavano in contrada <em>Femina morta&#8221;. </em>Per i prossimi mesi ci rivedremo in Amendolara e ad Oriolo.</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>Giuseppe Rizzo</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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