Ma un visitatore, un passante, un turista che si ferma a Roseto, di certo non resta affascinato dalle sue rose. Non ci sono più i roseti. Come ad Amendolara non ci sono più le mandorle (Amigdalaria, l’antico nome del paese confinante con Roseto deriva proprio da mandorla). Da quel giorno Rosario ha un’idea fissa: riportare le rose a Roseto. Da quel giorno, all’incirca di un paio di anni fa, il giovane vive a Roseto. Ha messo una pietra sopra al suo vecchio lavoro fatto di contratti precari da steward con una compagnia aerea. Ha venduto la sua macchina e ha investito tutti i suoi risparmi per comprare un terreno di sei ettari in contrada della Monaca (tra Roseto e Montegiordano). Qui prenderà forma la sua idea, sostenuto da mamma Carla e papà Enzo (originario di Bisignano). Non ha voluto un terreno qualunque, Rosario, ma un posto da dove si potesse scorgere il “Castrum Petrae Roseti”, il castello eretto da Federico II di Svevia, lo “stupor mundi”.
L’obiettivo è quello di ricreare, mediante un particolare innesto, la rosa autoctona del luogo, per dare vita così a dei roseti che dovranno estendersi lungo questi sei ettari e fare da contorno ad una struttura ricettiva e ad un originale “percorso del benessere” accompagnato da bungalow in legno e una biopiscina a forma di coppa, di quel Santo Gral che rievoca antiche leggende legate anche al castello di Roseto. Un progetto ad “impatto 0” per la natura, unico nel suo genere in tutto il Mezzogiorno d’Italia. E poi ancora un tracciato sportivo per praticare l’orienteering, orti botanici e un laboratorio di trasformazione delle rose per creare prodotti per il palato e per il fisico. Un’oasi di pace per i sensi e per lo spirito, circondata da rose, nel cuore dell’Alto Jonio cosentino, e aperta ad un turismo di qualità. Il sogno di Rosario sta per diventare realtà.
Vincenzo La Camera