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La Chiesa oggi, tra nuove sfide e il valore dell’esempio. Intervista a don Giovanni Maurello

La Chiesa oggi, tra nuove sfide e il valore dell’esempio. Intervista a don Giovanni Maurello
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di Federica Grisolia

Dai temi di attualità che riguardano la Chiesa, alle difficoltà che la affliggono. Abbiamo ascoltato don Giovanni Maurello, delegato vescovile per la Pastorale della diocesi di Cassano all’Jonio e parroco della chiesa di San Girolamo di Castrovillari.

  • Nella terminologia cristiana, cosa si intende per “pastorale” e in che modo si lega al concetto di prendersi cura, nutrire e sostenere spiritualmente il fedele?

«‘Pastorale’ è tutto ciò che è inerente la missione della Chiesa, che è quella di annunciare il Vangelo. La Chiesa, infatti, è fatta per evangelizzare, diceva Paolo VI. Mi sentirei di affermare che nella Chiesa, se l’intento è quello di annunciare il Vangelo e far crescere l’uomo in ogni sua situazione, tutto è “pastorale”. Essa è, come ha scritto qualcuno, ‘mediazione salvifica’. Pastorale è ogni esperienza attraverso la quale il Vangelo è conosciuto, celebrato, annunciato e testimoniato al fine di ‘liberare’ l’uomo nella sua totalità».

  • Quali compiti include la “cura pastorale”?

«Parlare di ‘compiti’ è qualcosa di molto parziale. Il termine può indurre ad una sorta di settorializzazione della pastorale. Se vogliamo essere più evocativi, possiamo ricordare quanto accade il giorno del nostro Battesimo: diventiamo sacerdoti, re e profeti. Siamo chiamati ad offrire al Signore la nostra vita, nella preghiera e nella vita; parimenti, ad essere responsabili del mondo, assumendone le gioie e i dolori; ovunque andiamo, infine, tutto deve essere risonanza e riverbero della Parola che salva. Liturgia è pastorale; servire il mondo e renderlo bello è pastorale; educare, insegnare, testimoniare, accompagnare, catechizzare, negli avvenimenti diretti o indiretti delle vicende umane, è pastorale. Starei per dire, parafrasando l’immagine della Profetessa Anna al Tempio in attesa del Messia, che, di giorno e di notte, la Chiesa tutto ciò che è chiamata ad essere e a vivere lo rende mediazione salvifica. Cioè pastorale».

  • Nella Liturgia risuona la “Parola di Dio”. Come si può incrementare la consapevolezza dei fedeli di essere parte attiva della celebrazione liturgica con il cuore, la mente e il corpo?

«Più di cinquant’anni fa il Concilio ci ha ricordato che ‘fonte e culmine’ della vita della Chiesa è la Liturgia. E ciò non vuol dire che ci sia da chiudersi dentro una Chiesa! La Liturgia è sorgente di evangelizzazione perché ci consegna il primato della Grazia, capace non solo di trasformare ogni credente ma di renderlo capace e pronto a testimoniare il Signore Gesù là dove egli vive ed opera. E fu proprio il Concilio che parlò di fruttuosa partecipazione. Suggerirei tanta cura, così come ci ha raccomandato Papa Francesco nella celebrazione della Domenica della Parola, a educare i fedeli all’ascolto attraverso un’opera educativa vigorosa che favorisca stili e consapevolezze pertinenti. Le nostre Liturgie, se vogliamo che prevalga la centralità della Parola, deve amare e vivere il silenzio e, accanto ad esso, proclamazioni chiare e non frettolose, omelie pertinenti e attualizzanti la Parola, cura di tutto ciò che educa a mettere l’ascolto della Parola al centro dell’attività educativa della Chiesa».

  • Cosa fare per favorire la partecipazione dei giovani alla Santa Messa?

«Non esiste una Messa per i giovani o per gli adulti. Piccoli adattamenti, in base a qualche particolare ambiente celebrativo, possono essere fatti. Ma ritengo che, soprattutto oggi, per i giovani, la Messa deve essere un punto di arrivo. Occorre, piuttosto, lavorare sui preliminari della fede con loro. Non ritengo – anzi lo reputo perdente – partire dai ‘punti di arrivo’. Un giovane vive la Messa quando sa che è un incontro fondamentale con Gesù, scoperto e ritrovato nella celebrazione eucaristica. Se diventa rito, mero culto, precetto moralistico, allora non si avranno né partecipazione consapevole né desiderio di ritornare a celebrare. Penso, al contrario, che con i giovani oggi occorra, da un lato, giocare la carta della testimonianza credibile e coraggiosa dei cristiani adulti e, dall’altra, costruire pazientemente percorsi di relazioni umane ed educative orientate alla conoscenza di Gesù e al valore liberante dell’esperienza cristiana».

  • Perché, spesso, nelle chiese registriamo l’assenza proprio dei più piccoli, ossia coloro che si apprestano a ricevere i sacramenti?

«E’ importante specificare chi sono i ‘più piccoli’. Se alludiamo alla fascia dei ragazzi o dei preadolescenti, bisognerebbe dire che è venuto meno un anello rilevante del processi di evangelizzazione: la famiglia. Sono convinto che, là dove c’è un adulto coerente e testimone, di conseguenza vi sarà un ‘piccolo’ che vivrà appartenenze e presenze ecclesiali e anche liturgiche. La crisi della partecipazione dei ragazzi alla vita della Chiesa, ad una certa età, è legata al servizio educativo delle proprie famiglie. Ma mi sentirei anche di dire che, accanto a quanto prima affermato, c’è pure la rilevanza catechetica di tutti coloro che  rendono bella e appetibile la proposta cristiana a questa età. Un appello mi sento di lanciarlo: nella Chiesa occorre promuovere un po’ di competenza pedagogica maggiore».

  • «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Dal Vangelo secondo Marco 10,13-16). Qual è il vero senso di questo principio biblico e come attualizzarlo a proposito dei bambini più irrequieti che – secondo alcuni – a volte disturbano durante la messa?

«Settorializzare o parcellizzare questo monito di Gesù è molto riduttivo. Le parole vengono interpretate quasi a delineare in che direzione si muove la benevolenza che Gesù mostra verso il mondo dei piccoli. E che richiede a noi. Non c’entra con la Liturgia, checché si voglia dire. E’, piuttosto, la sottolineatura di quelle attenzioni educative che possano farli crescere nel migliore dei modi. Una Liturgia con i bambini è cosa bella e vivace, favorisce la gioia di stare con il Signore e trasmette a loro, indirettamente, un’esperienza cristiana che può segnare il loro percorso di crescita. Ma non sarebbe aiutare la comunità a vivere momenti alternativi con loro e per loro, finalizzati alla loro crescita e alla comprensione del significato di ciò che i loro genitori stanno vivendo. E anche qui occorre tanta fantasia e tanta creatività».

  • Qual è il compito dei laici nella chiesa e quanto influisce per il buon cammino di una parrocchia? Come deve essere il rapporto tra fedeli e sacerdoti?

«Chiariamo innanzitutto una cosa. Un laico è ‘nel’ mondo: la sua fede è chiamata a viverla là. In una comunità parrocchiale il laico vi svolge tutto ciò che è attinente alla sua specifica vocazione ministeriale e alle competenze che ha per far crescere la propria comunità e offrire la propria corresponsabilità per l’annuncio del Vangelo. Quando si corre il rischio di parlare della Chiesa e di suddividerla in categorie separate – ad es. clero e laici -, c’è sicuramente un punto di partenza sbagliato. Sposterei piuttosto l’accenta sul senso della Chiesa: quando si sa cos’è la Chiesa – e nel nostra caso una comunità parrocchiale -, allora si riesce a rispondere con puntualità e chiarezza. E ci si accorgerà che non emergeranno né confusioni di ruoli, né competizioni controproducenti, né ingerenze reciproche che provocano incoerenze ministeriali. Mi viene in mente in questo istante quanto proclamiamo durante il canone eucaristico: lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo».

  • La Chiesa in uscita è in cima ai desideri di papa Francesco: deve trasmettere il suo messaggio evangelico portandolo fino alle periferie, cercando, dunque, chi si è perso e accogliendo chi chiede aiuto. Quanto sta funzionando oggi?

«La Chiesa ‘in uscita’ è un’espressione che merita ancora un’interpretazione opportuna. Ognuno, in fondo, dice la sua, ma non per questo ciascuno non dice una fetta di verità. Direi semplicemente che la Chiesa in uscita è la Chiesa che si è convinta di dover essere missionaria. Per il Signore non esiste né il centro né la periferia. Tutto è nel suo cuore e ogni centro è periferia e ogni periferia è centrale. Sarebbe una brutta presunzione ritenersi gente che sta al centro mentre gli altri sono in periferia. E, parimenti, una sterile consapevolezza dire di essere cristiani della periferia quando il centro è tenuto lontano. Non si costruisce la missione della Chiesa contrapponendo termini o luoghi. La cosa che più ci sta a cuore è che oggi è finito il tempo delle autoreferenzialità gratificanti, ma è giunta l’ora di andare verso tutti e di abitare i luoghi e gli spazi dove l’uomo vive e attende una parola liberante e di speranza».

  • Spesso, tra coloro che non conoscono o hanno smarrito la gioia del Vangelo ci sono i giovani. Ma fino a che punto i sacerdoti e gli operatori pastorali, per incontrarli, possono spingersi oltre le mura della casa di Dio, rischiando di farne perdere la sacralità?

«E’ una storia antica questa. Perfino Davide desacralizzò il tempio perché aveva fame e andò a consumare i pani dell’offerta. Così Gesù che invitò a non rispettare il Sabato se si perdeva di vista l’uomo e la sua vita. Scriveva don Tonino Bello: “O Signore, dacci la forza di osare di più. La capacità di inventare. La gioia di prendere il largo. Il fremito di speranze nuove. Da soli non si cammina. Fa’ che le nostre Messe siano una danza di giovinezza e una liberazione di speranze prigioniere”. Penso che dobbiamo abbattere ogni paura e imparare ad osare. E quando si osa per recuperare l’uomo e l’umano, non c’è il rischio di perdere o far perdere la sacralità. Sacre non sono le mura di un tempio. Sacro è l’uomo, fatto da Dio ‘poco meno di un angelo’».

  • Quanto è importante, per un sacerdote, recuperare la forza semplice e umile del buon esempio?

«Fondamentale. Paolo VI ci ricordava che questo nostro tempo, oggi, ascolta soprattutto i testimoni. Ma aggiungerei anche che una testimonianza bella e convincente, insieme alla verità di un annuncio rivoluzionario, possono cambiare mille cose. Oggi non solo c’è bisogno di esempio, ma anche di verità. Se la si dice con la bocca, è troppo poco. Se la si dice con la vita, di sicuro poi scatteranno domande e dovranno seguire risposte. Non a caso noi siamo gli uomini dell’ascolto di una Parola, che Qualcuno, poi, ha pagato anche con il prezzo volontario del suo sangue».

  • Dibattito sul diaconato femminile. Esiste, nella chiesa, un “muro della disuguaglianza” nei ruoli, tra uomini e donne?

«Il dibattito si è aperto. Anzi è aperto fin dal 1976. Teologi, biblisti e storici sono già a lavoro. Lo stesso Papa ha invitato ad andare avanti nella ricerca. Non sono di sicuro un addetto ai lavori su questo argomento, ma penso che riconoscere una certa ministerialità alla donna nella vita della Chiesa sia cosa ‘buona e giusta’. Ci portiamo dietro ancora un retaggio culturale, e forse anche teologico, che ha bloccato il dinamismo dello sviluppo e della crescita nell’esperienza ecclesiale della ministerialità. Personalmente non sarei contrario al diaconato concesso alle donne, ma non tocca a me fare pronunciamenti ufficiali. Le donne fanno già tante cose e, talvolta, anche meglio di noi uomini. Il problema, forse, è se sia necessaria un’ordinazione in senso stretto. I protestanti hanno offerto certe piste di riflessione, che aprono al confronto e a studi ulteriori. Noi, allo stato attuale, siamo chiamati a capire quale ministerialità riconoscere alla donna e se questa ministerialità acquisti una fondata autorevolezza».

  • Cosa affligge maggiormente la Chiesa, oggi? E come si può uscire da questa crisi di identità che quotidianamente la mette a repentaglio?

«Ogni epoca della vita della Chiesa ha avuto pagine belle e pagine tristi. Non sono tra coloro che parlano di maggiori o minori afflizioni. Ricordando sant’Agostino, mi piace dire che non esistono tempi belli o tempi brutti, ma ogni tempo chiede e consegna a tutti i cristiani il dovere di essere fedeli fino in fondo. Certo, oggi è da rimarcare più particolarmente il problema della scristianizzazione o dell’indifferenza religiosa, ma questi sono, sì, problemi, ma ‘ad extra’. Dentro la Chiesa, da quando essa ha iniziato a continuare la missione che Gesù Cristo le aveva consegnato, la fatica di sempre è stata quella di mettere al centro il Vangelo e – sine glossa –  farlo diventare la propria carta di identità. I santi ci sono riusciti. E non solo quelli riconosciuti pubblicamente. Sono tanti, in quel cristianesimo feriale e nascosto che, lungo i secoli, ha costruito testimonianze belle ed edificanti. La crisi dei cristiani di oggi è la mancanza di consapevolezza, quasi il tentativo più che urgente di superare una certa banale appartenenza al Vangelo con una robusta ‘sequela Christi’. C’è da essere, detto più semplicemente, soltanto più ‘seri’ nella scelta cristiana. E si può uscire da questa crisi soltanto con un’evangelizzazione più organica e dei processi formativi pertinenti. La crisi dei cristiani di oggi è quella di una spirituale più profonda: ‘Chi rimane in me, porta molto frutto”, ci ha ricordato Gesù. Il cristianesimo sociologico, che spesso ha dimenticato la Croce, lascia il tempo che trova».

 

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