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“D/esistenze”. L’eloquio del silenzio che risveglia l’anima

“D/esistenze”. L’eloquio del silenzio che risveglia l’anima
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di Federica Grisolia

Per anni, la vita lo ha spinto nelle direzioni più disparate, nel ruolo pragmatico e rigoroso del manager d’azienda. Eppure, in qualunque luogo si trovasse, Alfio Rossi portava con sé un’abitudine: quella di affidare i propri pensieri, le intuizioni e i sogni ai pezzi di carta più fragili e improvvisati. Tovaglioli, margini bianchi di giornali, foglietti destinati a perdersi nel vento; micro-memorie che oggi, salvate dall’oblio, trovano una voce solida e matura in “D/esistenze”, la nuova opera che arricchisce la collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti Editore, disponibile anche nella versione e-book. «Desistenze – spiega l’autore, che vive ad Alatri (Frosinone) – sono il fardello dei fallimenti, delle rinunce, volontariamente perpetrate o subite dalla sorte. Ma anche quelle cesure e censure che operiamo a danno della nostra anima, dei nostri io repressi. Esiste poi una desistenza, frutto di consapevolezza, di misterico discernimento, capace di restituirci l’incanto semplice del fluire, di cui siamo parte inconsapevole; una desistenza che ci agguanti il bavero dell’anima e ci scuota al risveglio di altre possibili esistenze».

Un diario di frammenti salvati dal frastuono quotidiano per riscoprire il silenzio e la meraviglia, e per guardarsi dentro senza indulgenza. Come lo definisce, nella Prefazione, il professor Hafez Haidar, accademico e pluricandidato al Premio Nobel, «un interessante ed originale viaggio nei perigliosi sentieri dell’esistenza, alla ricerca della bellezza delle quattro stagioni della vita e del fascino di Madre Natura e alla scoperta dei segreti e dei misteri della mente e del cuore». Scrivere questo libro è stato, per il poeta, «l’atto tardivo e indifferibile di dare finalmente ad alcuni “io sciamanici” che hanno continuato a reclamare ascolto sotto la superficie di una vita densa di impegni». In queste pagine si avverte anche una lucida e accorata critica alla contemporaneità. In un’epoca in cui tutto sembra anestetizzato e ridotto a modelli preconfezionati, l’autore diffida delle facili ricette di “risveglio”, contestando un mercato culturale che rischia di omologare e addomesticare l’arte. Invece, la vera poesia è tutt’altra cosa: è una creatura che nasce dal silenzio sacro, dall’inquietudine di ciò che è quasi impossibile da dire, e che ha bisogno di solitudine per trasformarsi in una lingua nuova. «La poesia può insufflare nuovo spirito vitale, a patto che non sia offerta come l’ennesimo prodotto, indistinguibile dalla slavina di prodotti che ci travolge da ogni parte».

L’opera – esposta anche al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, negli spazi Aletti Editore – è un invito a fermarsi, a squarciare la ragnatela dell’ovvio per tornare a meravigliarsi di fronte ai bagliori, a volte dolorosi e a volte seducenti, della vita. «Quando si ascolta l’eloquio del silenzio – confessa l’autore – tutto diventa sublimemente chiaro e disarmato e allora basta trovare un foglio bianco, condiscendente, che accolga e lasci sublimare pensieri trasgressivi, inquieti, guizzanti, spudorati; inselvatichiti dal lungo esilio a cui li abbiamo relegati». Con una scrittura intensa, Alfio Rossi ci offre “l’unghia affilata della sua poesia” per liberarci dal frastuono e ritrovare la nostra parte più vera: «Occorre nutrire, con accanimento, il germe onesto della follia che è in noi ed osare fissarne lo sguardo, se si vuole davvero intuire quanto è smisurato l’oltre ed il possibile».

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