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Alessandria del Carretto rivive il Carnevale di una volta. Tradizione e folklore senza lustrini e paillettes

Alessandria del Carretto rivive il Carnevale di una volta. Tradizione e folklore senza lustrini e paillettes
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In un tripudio di suoni, di colori e di sapori legati alle pagine più belle e significative del folklore popolare, domenica 9 febbraio, con la gradita compiacenza di una bella giornata di sole, si è svolto il tradizionale Carnevale di Alessandria del Carretto organizzato dai giovani del posto con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Domenico Vuodo. Un Carnevale legato alla tipica tradizione popolare, da sempre inteso come una bella occasione di festa collettiva, di allegria condivisa ma anche di salvaguardia delle maschere tipiche (U puhiciniell’ biell’, u puhiciniell’ brutt’ e l’Ursë),) che fin dai tempi antichi, in una miscellanea di riti che oscillano tra il sacro e il profano, simboleggiano l’identità storico-culturale e la gelosa appartenenza degli abitanti del posto alla comunità alessandrina.

Il Carnevale Alessandrino è un rito antico e unico nel suo genere e gli abitanti di questo paese sono molto orgogliosi delle loro maschere. E’ infatti uno dei più antichi carnevali del Sud Italia nel quale non occupano la scena i soliti carri allegorici e le sfilate di gruppi mascherati classici, ma qui è protagonista tutto il paese che partecipa in massa alla vestizione e alla sfilata delle maschere tradizionali, (U puhiciniell’ biell’, u puhiciniell’ brutt’ e l’Ursë), una figura ripugnante, quest’ultima, simile a una bestia, che prendono la scena mentre tutto il paese e tutti gli ospiti venuti anche da fuori dei confini regionali si scatenano in balli, canti e danze propiziatorie al ritmo sfrenato della tarantella del Pollino.

Le maschere di Połëcënellë Bielle portatrici di allegria e buonumore in realtà indossano pantaloni bianchi, camicie chiare, scialli colorati, anfibi e sul viso una maschera verniciata di bianco con guance ritoccate, il cappelletto abbellito da nastri colorati, piume, coccarde, medaglie, medaglioni, fazzoletti ricamati e addobbi vari con al centro uno specchio e, infine, “u’ scruiazzo”, il bastone di legno utilizzato per sferzare i cavalli, caratterizzato da incisioni e palline di lana colorate. Poi ci sono i Polëcenellë Brutte che non entrano in contatto con i Belli e sono vestiti con abiti vecchi, in grado di rappresentare la povertà, l’inverno e il disordine.  La maschera brutta, invece, conosciuta col nome di “Uerse”, viene rappresentata attraverso un travestimento fatto con pelle di capra o di pecora di colore nero, con catene e campanacci ed era solita fare scherzi pesanti. Nella tradizione popolare essa immedesimava il male, la bruttezza, la tracotanza, tanto da mettere paura e tutti la volevano evitare fino a quando non veniva domata e vinta dall’incarnazione della Quaresima, denominata “Coremmë” vestita con un abito nero e con il viso tinto di nero. Oggi questa maschera va gradatamente scomparendo, ma rimangono salde nella memoria collettiva le maschere dei due puhiciniell’ biell’ e puhiciniell’ brutt’ che continuano ad animare il tradizionale Carnevale Alessandrino portando con sé, almeno per un giorno, allegria e buonumore. (Le prime due foto sono di Maurizio Granato)

Pino La Rocca

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