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“Quaranta” al Salone del Libro di Torino con Aletti Editore

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di Federica Grisolia

E’ simbolo di un dolore che si ripete “Quaranta”, l’ultima opera di Morgana Arbore, pubblicata nella collana “Altre Frontiere – Britannia” dell’Aletti Editore e disponibile anche in e-book. «Nella tradizione biblica sono i quaranta giorni del diluvio, i quaranta nel deserto, i quaranta giorni di Cristo prima della rivelazione. Nella cultura islamica è l’età della maturità piena, il momento in cui la coscienza si compie. Nella tradizione popolare sono i quaranta giorni del lutto, della trasformazione silenziosa, del distacco. Non è mai un numero neutro. È sempre un tempo di attraversamento. Questo libro – rivela l’autrice di Roma – si colloca esattamente lì: non dentro l’evento, ma dopo. Nel tempo in cui ciò che è accaduto dovrebbe produrre consapevolezza e, invece, spesso non la produce». L’approccio di Morgana è una sfida diretta alla lingua del compromesso. In una narrazione che solitamente tende a proteggere il lettore attraverso il filtro del giudizio o della spiegazione, l’autrice sceglie la strada opposta: toglie ogni protezione. La sua scrittura non cerca di addolcire ma taglia netto, espone i nervi e costringe lo sguardo a rimanere fisso sull’assenza. «Ho lavorato per sottrazione, per arrivare a una parola che non accompagnasse, ma esponesse. La verità è che il dolore non ha bisogno di essere reso sopportabile. Ha bisogno di essere reso visibile». L’opera – che sarà presentata dall’autrice venerdì 15 maggio, alle ore 17, negli spazi Aletti Editore al Salone del Libro di Torino, in programma dal 14 al 18 maggio 2026 – è un contributo di memoria fatto di nomi asciutti, lontano dalle cronache. È un richiamo alla responsabilità delle donne vive, le uniche che possono e devono continuare a fare rumore per chi non ha più voce. «La capacità del poeta – scrive, nella Prefazione, Cosimo Damiano Damato, regista e sceneggiatore italiano, attivo soprattutto nel mondo del teatro – è respirare ancora quel silenzio. Infinitesimale respiro di occhi di mondo».

Ogni testo è costruito come una scena minima, dove a parlare sono un corpo, un tempo e uno spazio, rifiutando categoricamente la narrazione consolatoria: «Non racconto i casi, non ricostruisco i fatti. Restituisco una presenza». Il cuore pulsante dell’opera risiede nel riconoscimento della violenza come struttura sistematica e non come eccezione o fatto isolato. «Finché continueremo a trattare questi eventi come anomalie – sostiene l’autrice – continueremo a rincorrerli senza mai risolverli. Va riconosciuta per ciò che è: una struttura. Parlare è necessario, ma non basta. Serve riconoscere i segnali prima che diventino cronaca». Questa consapevolezza ha spinto l’autrice, ingegnere di professione, alla necessità di una traduzione in lingua inglese: la violenza non è un problema locale, non possiede confini sicuri. Tradurre l’opera significa abbattere l’illusione che esistano contesti privilegiati, mostrando una continuità brutale che attraversa città e Paesi differenti: «La lingua cambia, come le culture e il paesaggio. La dinamica, purtroppo, resta». Morgana Arbore non pretende di parlare al posto di chi non c’è più, ma si impegna a non coprirne l’eco, con l’obiettivo dichiarato di lasciare nel lettore una frattura insanabile, l’unica via possibile per una vera presa di coscienza. «La responsabilità non è parlare al posto loro: è evitare che il racconto le trasformi in qualcosa di rassicurante o “già sentito”, addirittura normalizzato. Se il lettore esce disturbato – conclude l’autrice – allora il libro ha funzionato. Questo libro deve disturbare. Non chiede empatia: esige una presa di posizione».

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