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Amendolara, profumo di petrolio. Pericolo trivelle nello Jonio. In pochi raccolgono invito di Ciminelli

Amendolara, profumo di petrolio. Pericolo trivelle nello Jonio. In pochi raccolgono invito di Ciminelli
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In pochi, anzi in pochissimi, hanno raccolto l’invito del sindaco di Amendolara, Antonello Ciminelli, di partecipare ad un consiglio comunale congiunto andato in scena ieri sera (venerdì) per ribadire un secco rifiuto alla possibilità che alcune compagnie petrolifere possano iniziare uno studio per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in mare. Tra queste compagnie quella più attiva risulta essere la Shell Italia E&P spa che, per farla breve, ha sentito profumo di petrolio nel golfo di Taranto.

«Non facciamoci ingannare – ha commentato Ciminelli – da improbabili ritorni economici per il territorio. Noi dobbiamo investire sul mare, sul turismo e sulla qualità della vita. Un’operazione del genere pregiudicherebbe tutto». Hanno raccolto l’invito di Ciminelli, oltre ai pochi cittadini in sala, il sindaco di Montegiordano Francesco La Manna, il vicesindaco di Trebisacce Andrea Petta, il consigliere provinciale Giuseppe Ranù, al quale è subentrato nell’ultima parte dell’incontro il collega Mario Melfi, e Felice Santarcangelo del comitato No-Scorie di Scanzano (Mt) in prima linea quando nel 2003 la cittadina jonica si ribellò con forza per evitare che sul proprio territorio potessero essere depositate scorie nucleari.

Un altro pericolo in vista, dunque, per il comprensorio jonico-metapontino. Tanto che lunedì 17 dicembre a Policoro è stata organizzata una manifestazione congiunta con la partecipazione delle regioni Puglia, Calabria e Basilicata; le province di Potenza, Matera, Cosenza, Crotone, Taranto, Lecce e di numerosi comuni rientranti e non nel territorio oggetto delle attenzioni delle compagnie petrolifere. Sperando che almeno in quell’occasione, l’Alto Jonio cosentino, prendendo esempio dalla “cugina” Lucania su come si conducono le battaglie, possa presentarsi più coeso.

Dal Consiglio di Amendolara (mentre a Roseto se ne svolgeva un altro in contemporanea sullo stesso tema) è emersa ovviamente una sola voce di netta opposizione a questa ipotesi. Dagli interventi che si sono susseguiti, più o meno competenti, si sono palesati diversi rischi per l’ambiente marino e per il territorio circostante. Dagli incommensurabili danni a cui andrebbe incontro la flora e la fauna marina, deturpando la “Secca” di Amendolara e pregiudicando così il progetto di blu-economy ad essa collegato; per non parlare di un possibile abbassamento del suo terrestre, dovuto alle trivellazioni, che potrebbe causare anche calamità di vario genere.

Da alcuni studi di Legambiente, in base al recente decreto governativo “CrescItalia”, l’Adriatico, lo Jonio, il canale di Sicilia fino in Sardegna potrebbero ospitare presto una settantina di piattaforme per estrarre greggio.

Nei giorni scorsi al Comune di Amendolara si sono recati alcuni rappresentanti della Shell che hanno incontrato il sindaco Ciminelli ed alcuni suoi collaboratori, diciamo così, per tranquillizzarli sull’inesistenza di rischi per quanto riguarda questi studi preliminari condotti a base di onde sonore che scandagliano i fondali marini. Ma dal Comune di Amendolara nessuna mano tesa verso questa ipotesi ma la consapevolezza che bisogna stroncare sul nascere questa iniziativa, perché secondo il parere di molti, alle navi che arriveranno per le ricerche subentreranno in breve tempo le petroliere.

Le ricerche della Shell, che ha presentato istanza di permesso al Ministero dello Sviluppo economico già nel novembre 2009, potrebbero iniziare nei prossimi mesi con l’ausilio di un nave che solcherà l’area interessata. Ma secondo il consigliere provinciale Mario Melfi, per scongiurare questo rischio, non è sufficiente soltanto la rivolta popolare, che ad oggi sembra lontana anni luce (soprattutto per una questione di disinformazione ed anche per un totale scetticismo nei confronti di quelle iniziative messe in campo dalla politica). Ma bisogna sollecitare anche consulenze tecniche, magari dell’Arpacal o dell’Università della Calabria, che possano dimostrare in maniera inconfutabile come queste operazioni petrolifere comportino seri danni all’ecosistema marino ed anche alla popolazioni dei territori interessati. Tutto questo per confidare in un dietrofront da parte del Ministero dell’Ambiente, altrimenti comuni e province poco potranno fare dal punto di vista legislativo: “evidenziato che l’art. 16 del c.d. decreto liberazioni, sembrerebbe non richiedere nuove autorizzazioni nel caso in cui il permesso di ricerca desse buoni frutti, dando facoltà di accedere direttamente alla fase estrattiva”, come recita uno stralcio del documento approvato dal Comune di Policoro (Mt) nell’assise comunale di ieri per dire “No alla trivelle nel mar Jonio”. Intanto la Regione Basilicata ha già espresso il proprio parere negativo alla proposta delle compagnie petrolifere.

Vincenzo La Camera

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